Mare

​Il mare è un elemento unico. Ogni volta ci ritrovo un po’ di me. I primi passi sulla sabbia morbida, quando anche cadendo non ti fai male, una delle poche occasioni in cui puoi permetterti di cadere senza sentire dolore. È l’orgoglio della prima volta in cui sono stata io e l’acqua, niente bracciolo, niente ciambelle, niente adulti. Io, l’acqua e la caparbietà che mi ha consentito di farlo. 

Il mare è l’acqua, rinfrescante, sempre in moto, sempre nuova. Quando ti immergi, specie se l’acqua è fredda, ti senti più nuova anche tu. È l’impatto che toglie il fiato a essere una sfida e come ognuna di esse ti dà qualcosa in più. Mentre nuoti è il rumore del tuo respiro, che senti dentro di te, l’acqua è nelle orecchie, nel naso, nella bocca, è nella testa e occupa tutto. 

Il mare è vento, a volte assordante, non ti fa più sentire i tuoi pensieri o forse se li porta via.

Il mare è sabbia può scottare, può massaggiare, può coccolare. È roccia dolorosa ma che nasconde segreti pieni di vita e di colori. 

Il mare è il luogo in cui riesco a essere felice e triste insieme, in cui mi rilasso e mi stanco, in cui posso stare da sola e stare bene. Io, me stessa e l’acqua intorno a me.

Mai abbastanza

​Mi chiedo perché è mi chiedo se mai. Perché non ne esco e se mai ne uscirò. Perché non mi sento mai libera, se mai sentirò di nuovo qualcosa che non sia solo simile alla felicità. Perché non c’è neanche un giorno in cui non abbia almeno un pensiero per te, se mai sarai solo un bel ricordo e non qualcosa che mi dilania.

Non mi sentivo abbastanza, non sono mai stata abbastanza: bella, intelligente, simpatica, sportiva, leale, attenta, disponibile, presente. Non ero mai sufficiente per vederti sorridere, per farti stare bene. Mi ci impegnavo, te lo giuro, ce l’ho sempre messa tutta. 

Non ero neanche abbastanza felice per stare con te. Me l’hai detto tu, non eri tu a essere infelice, ero io a non esserlo abbastanza. 

Non ho aspettato abbastanza, non ho atteso a sufficienza per cercare di nuovo qualcosa che mi aiutasse a stare lontano da te. Non che ci sia riuscita, ma per te non è stato abbastanza neanche quello.

Non sono state abbastanza le lacrime che ho versato, il dolore che ho provato né quello che ho perso, perdendo te.

Vorrei odiarti abbastanza da dimenticarti, da mettere una pietra sopra e cancellarti. Invece ancora desidero parlarti, vorrei tanto tanto sentirti parlare almeno un’altra volta. Farei in modo che fosse abbastanza per tutti gli altri giorni.

Lieto fine – 2

Ormai odio i libri romantici, quelli su gente che si ama, si lascia, si riprende, si lascia di nuovo e poi si prende una bellissima vita insieme, ricca di gioie e soddisfazioni. Li odio perché non sono surreali, sono possibili, ma non per tutti.

Meglio i gialli, lo sai già che qualcuno soffrirà, anche più di uno, che il lieto fine non c’è perché non c’è neanche un lieto inizio, perché non c’è nessuno da invidiare e di cui vorresti vivere un attimo di vita.

Oggi è arrivato, abbiamo festeggiato tanti anniversari insieme, questo è quello da festeggiare divisi.

Il 10 maggio 1999 ci siamo dati il primo bacio. Eravamo a villa Doria, sul viale principale, dopo una cena di classe da Sentimpò. Ero a braccetto tra te e Eros, lui parlava, io ti ho guardato e mi hai baciato. Pochi secondi, ma non li dimenticherò mai.

Il 6 giugno 2002 abbiamo fatto l’amore per la prima volta. L’unica vera prima volta.

Il 3 luglio 2002 mi hai chiamato la sera, era il tramonto e io ero sull’autobus mentre tornavo a casa. Passavo sul ponte di Ariccia. Mi hai detto che ci avevi ripensato, che volevi stare con me. Che finalmente potevamo provare a stare insieme.

Il 24 novembre 2002, dopo il primo esame all’Università, al binario 24 della stazione termini mi hai detto che non volevi più stare con me. Non mi amavi più e io ho pensato che non mi avevi amato mai. Mi sono chiusa nel bagno della stazione a piangere.

Il 12 dicembre 2003 stavamo andando a studiare in biblioteca e nella piazza prima di entrare ti ho chiesto “ma quindi ora stiamo insieme?” E mi hai detto di sì. 

Il 24 gennaio 2004 siamo andati a fare una passeggiata a Roma e siamo passati davanti all’Ara Coeli. L’ho guardata e ho pensato che cascasse il mondo ti avrei sposato, lì.

Il 12 dicembre 2004 siamo partiti per la prima volta insieme. Siamo andati a Terni, all’Hotel Michelangelo nella suite più bella. Eri tutta la mia vita ed ero felice come mai.

Il 19 ottobre 2005 abbiamo attaccato un lucchetto a ponte vecchio, a Firenze. I nostri nomi, io e te. Le chiavi sono nell’Arno e pensavo che non me le avrebbe restituite mai.

Il 3 novembre 2007 abbiamo iniziato a vivere insieme, a Pesaro. Un’avventura nuova e difficile, ma c’eri tu e non serviva altro…o forse sì, serviva molto di più

Il 3 agosto 2013 siamo andati a vivere a casa nostra. Io lo volevo tanto, tu forse ti sei sentito costretto. Chissà cosa già non mi dicevi. Eppure io sognavo ancora di averti con me, per sempre. Illusa.

Il 13 luglio 2015 te ne sei andato, anzi mi hai detto che il giorno dopo lo avresti fatto. Per me poi c’è un buco, grande. Una fossa da cui non riesco a uscire. Ci stanno dentro tutte le mie speranze, tutti i miei sogni e anche tutta me.

Oggi ti dico che non sono più quella. Ogni volta che ci penso mi si stringe il cuore, perché vorrei essere di nuovo come ero. Mi manchi tu e mi manco io. E oggi ti ho incontrato, intravisto. Sono entrata nel parcheggio mentre entravi in macchina. Non so se tu hai visto me. Ho cominciato a tremare e a piangere e poi a scrivere. Un fantasma, qualcuno che negli ultimi 10 mesi è vissuto solo nei miei ricordi. Non ti ho più visto, incontrato, non c’è più stato un pezzetto di mondo in comune con te. C’è stato oggi, per un attimo, breve. Doloroso.

Purgatorio

È un luogo fatto così: tu sai bene chi è l’amore della tua vita, ma voi non state più insieme. Magari siete usciti per un po’, forse avete avuto una vera relazione, oppure non siete mai stati ufficialmente insieme. Ma il filo che vi lega è così robusto, così vero, così magnetico che la vita vi catapulta sempre, continuamente indietro. Il fatto è che la vostra storia non ha mai raggiunto il suo potenziale. Così ci rimanete impigliati, non finisce mai.

Questione di tempi, d’equilibrio, di impegni. Variabili che, in una vita, contano non poco. E infatti determinano il destino di una relazione, spiega Skirvin. Per lei, il “purgatorio dell’amore” è sedersi in attesa di un ritorno, cercare distrazioni per andare avanti, forzarsi a incontrare qualcun altro nella convinzione che possa funzionare.
Ma non è lui, non è lei, non è mai chi dovrebbe essere. E ci si sentirà così una, due volte al massimo in un’intera vita, senza nemmeno saperlo spiegare agli amici, senza saperlo descrivere a chi è arrivato all’amore percorrendo una strada dritta, facile e serena.

Se il tempo è il problema, l’unica soluzione è nel tempo stesso. Perché, dice ancora Skirvin, “ci si incontrerà una seconda volta”. Per forza, come nei film. Nel frattempo, sarà solo una sfiancante attesa, un purgatorio di malinconia e distrazioni.

Fonte: HuffingtonPost

Gesti

Spesso non ragioniamo sui gesti, ragioniamo sulle parole. Quello che dici, spesso non è confermato da quello che fai. Ci sono piccoli movimenti quotidiani che rivelano molto, a volte troppo, di quello che pensiamo e proviamo.

Quando ero miope, nei momenti di imbarazzo mi spingevo su gli occhiali toccando la parte alta del naso. Era un movimento inconsapevole, me ne sono resa conto solo quando, dopo l’operazione, ho smesso di portare gli occhiali. Lo faccio anche oggi, dopo 6 anni, mi tocco quel punto del naso, nascondo parte del viso, guardo in basso e cerco di dissimulare la sensazione di imbarazzo.

Per 12 anni ho indossato un anello all’anulare sinistro, non l’ho mai tolto. Era la mia ancora, lo toccavo e lo giravo quando ero in difficoltà, quando avevo bisogno di sentire che ci fosse qualcuno accanto a me a cui aggrapparmi. Spesso stringevo le dita, muovendo il mignolo per sentirlo anche senza utilizzare l’altra mano. A un certo punto l’ho dovuto togliere e restituire. Ne ho comprato un altro che lo sostituisse, che coprisse quel segno indelebile che mi era rimasto sulla pelle e che me lo faceva vedere pur non indossandolo più. Il nuovo anello non ha alcun significato, è come fare un tatuaggio per coprire una cicatrice, la cicatrice c’è ancora solo che non la vede più nessuno. Lo tocco allo stesso modo, lo cerco quando vorrei quell’ancora a tenermi su e mi ricorda sempre che non c’è più, che sta lì perché non ci può essere più quel che c’era prima.

Nel 2007 ho fatto un tatuaggio sulla sommità della schiena, è un gatto, per la precisione è la mia gatta. Quando sto male, quando cerco conforto nei ricordi e nelle sensazioni positive del passato lo tocco. Mi tocco il collo, come se in qualche modo mi aiutasse a rivivere quei momenti. Come se mi facesse sentire che c’è qualcuno, lì dietro, che veglia su di me.

Ci sono dei gesti, importanti, ci sono delle azioni, a volte delle azioni mancate, che parlano tanto, che dicono tutto, che non richiedono altre parole. Ecco, sto cominciando a fidarmi di ciò che viene fatto, più che di ciò che viene detto e mentre rileggo questo post prima di pubblicarlo mi tocco quel dito vuoto.

Anni:33

Oggi compio 33 anni e mai come prima posso dire che sono cambiate tante, tantissime cose nell’anno che è passato. Si sono formati grossi buchi, grandi e difficili da colmare.

Un anno fa avevo un’altra vita e mi piaceva, aveva dei difetti ma mi piaceva. Adesso sto cercando di capire se mi piace o no come sto ora. Sto cercando un equilibrio, sto tentando di ritrovare me stessa lì dove ci sono cumuli di ricordi ammonticchiati in maniera disordinata.

A 33 anni devo imparare a riconoscere me stessa: conoscermi di nuovo, capirmi di nuovo. Guardarmi attraverso occhi diversi, occhi che un tempo si riflettevano altrove. A quell’altrove dedico il mio primo pensiero da trentatreenne, perché vuoi o non vuoi 17 l’ha vissuti con me.

E il secondo pensiero lo dedico a me, a tutto quello che mio malgrado ho dovuto scoprire, a tutto quello che non ho più e a ciò che c’è di nuovo, che chissà dove è cosa mi porterà

 

Innamorasse dopo te – L’Orchestraccia (testo)

Abbraccio un nuovo amore
Centomila giorni nuovi
Centomila frasi ancora da provare a dedicare.

Abbraccio un nuovo amore
e m’emparo n’artro odore ed un altro cellulare
e non posso più sbagliare.

E nuove case, nuovi amici, nuove ricorrenze
nuovi compleanni, nuove appartenenze
nuovi vini, nuovi ristoranti prenotati
nuove gite, foto, viaggi organizzati
nuovi abbracci, nuovi baci, nuove posizioni
nuovi incastri, nuove e vecchie trasgressioni.

Proprio-come-quando-c’eri tu

Innamorasse dopo te
loro la fanno facile
e lo sarebbe pure senon fosse
che squarci il petto come fossi tosse.

Innamorasse dopo te
me sembra solamente che
i giorni qui non abbiano stagioni
e tu che passi ridi e me canzoni.

Abbraccio un nuovo amore
e metto in conto un altro errore
e libri e fiori e chiavi
da potè dimenticà.

E nuovi viaggi, aerei, treni, nuove ricorrenze,
nuove gelosie, nuove indifferenze
nuovi soprannomi da dire e da inventare
foto da bambino di nuovo da mostrare.

Nuove scelte, nuove strade, nuovi appartamenti
nuove discussioni, nuovi sentimenti.

Proprio-come-quando-c’eri tu

Innamorasse dopo te
loro la fanno facile
e lo sarebbe pure senon fosse
che squarci il petto come fossi tosse.

Innamorasse dopo te
me sembra solamente che
i giorni qui non abbiano stagioni
e tu che passi ridi e me canzoni.

E nuovi occhi, nuove mani, nuovi gesti strani
Di nuovo la paura che non ci sia un domani.

Come-quando-c’eri tu

Tratto da una storia vera

Nella mia vita sono stata innamorata tre volte. Uno era stato il mio primo amore, uno è stato l’amore della mia vita, e uno è stato l’uomo che ho sposato. Li ho amati tutti. Sostenere che l’uno sia stato più significativo dell’altro sarebbe sbagliato.

Li ho amati tutti in modo diverso, per ragioni diverse; l’uomo che ho sposato è quello che ho amato di più, ma non è stato l’amore della mia vita.

Personalmente non credo nelle anime gemelle. È un’idea sciocca. Ritenere che ci sia un’unica persona, per sempre, non è solo spaventoso, ma offensivo. Cioè, al mondo ci sono milioni di persone e per te ce n’è una sola? Beh, e se vivesse in India, e tu in India non dovessi mai andarci? Oppure, se un autobus lo investisse stamattina, prima ancora che tu ne scoprissi l’esistenza?

Già, tutta sta roba dell’anima gemella per me è una ca**ata. Di anime gemelle ne puoi avere tante, così come puoi avere molti amori.

Ma per quanto riguarda l’amore della mia vita, l’amore che provavo per “S” è quanto di più vicino immagino si possa arrivare all’anima gemella definitiva. Era puro caos. Mi faceva impazzire. Era quel genere d’amore che mi scuoteva nel profondo, e mi faceva costantemente sentire ubriaca.

Non ne avevo mai abbastanza di lui. Avrei voluto mangiarmelo, ficcarmelo dentro, assorbirlo dentro di me, e non stare mai senza di lui. Avrei voluto sentirmi così come il mio corpo si sentiva ogni qual volta lo vedevo per il resto della mia vita. Ricordo anche d’aver pensato che senza di lui sarei letteralmente morta. Ci credevo sinceramente. Il mio corpo si sarebbe semplicemente, fo**utamente arreso, e si sarebbe spento.

Questa storia fra noi è andata avanti e indietro per quattro anni. Non so come la definireste voi. Non ci davamo degli appuntamenti, perché non voleva uscire con me. Ma stavamo sempre insieme, dormivamo insieme, facevamo insieme le vacanze, ed eravamo dei migliori amici che si amavano profondamente e reciprocamente. Il problema è che io l’amavo di più. Ne ero innamorata, e lui lo sapeva. Lui non era innamorato, e io lo sapevo.

E quando poi arrivò la brutta fine, così com’era inevitabile che fosse, promisi a me stessa che non avrei mai più amato in quel modo. Che non avrei mai più messo tutte le carte sul tavolo in quel modo. Che non avrei più permesso a me stessa d’innamorarmi così perdutamente da sentirmi fisicamente, mentalmente ed emotivamente distrutta, alla fine della storia. Non me lo sarei mai permessa.

Quando poi incontrai mio marito, era poco più di un anno che S era uscito dalla mia vita. Ma io ero ancora a pezzi. È dura innamorarsi di qualcuno, trascorrere così tanto tempo con lui, essere la sua partner in così tanti modi, per non rappresentare in realtà nulla per lui in quell’unico senso che a te importa. Non so se stesse aspettando qualcosa di meglio, qualcuno meno complicata, qualcuna meno simile a lui, o chissà cosa, ma in ogni caso non ero la persona giusta per lui.

E così, non appena mi ritrovai a pronunciare le parole “io ti amo” a mio marito per la prima volta, due cose mi saltarono subito in mente: io amo quest’uomo, e finalmente mi sono lasciata S alle spalle. L’ultimo dei due pensieri mi diede un senso di sollievo. Il primo invece era semplicemente un dato di fatto.

Ma sentendomi ancora a pezzi dopo S, ero incapace d’amare mio marito completamente. Lo amavo quanto potevo, cioè parecchio, credetemi. Tantissimo, ma non nel modo in cui avevo amato S, perché quando avevo incontrato S ero tutta un’altra persona.

Mio marito lo incontrai quand’ero l’ombra di ciò che ero, perciò lo amavo con ciò che mi restava di me. E molte volte — mi capita di pensarlo soprattutto oggi che siamo separati — non credo sia stato abbastanza. Se l’avessi amato come ho amato S, le cose fra noi sarebbero potute andare diversamente, o magari no. Forse è solo una pia illusione.

Mio marito sapeva di S, e dell’impatto che aveva avuto sulla mia vita. Sapeva che mi mancavano dei pezzi — pezzi che avevo fatto del mio meglio per ritrovare, senza riuscirci — per il fatto d’aver amato S, e lo aveva accettato. Gli dissi spesso quanto mi sarebbe piaciuto averlo conosciuto prima d’aver incontrato S, di modo d’amarlo in modo più completo, ma entrambi c’eravamo ritrovati d’accordo sul fatto che siccome non era andata così, non valeva la pena starci a pensare.

Ma ciò non m’impediva di starci a pensare.

Di recente durante una conversazione qualcuno mi ha citato Chuck Palahniuk: “Nulla di quanto mi riguarda è originale. Io rappresento i risultato dello sforzo congiunto di tutti coloro che io abbia mai conosciuto”. Da allora non ho fatto altro che girarmela nella testa. L’avevo già sentita, ma per qualche ragione nelle ultime due settimane s’era profondamente radicata in me. Non riuscivo a smettere di pensarci, mi sentivo quasi ossessionata dal suo significato.

Dopodiché ho capito che a causa di S mi ero persa qualcosa d’importante. Sì, era stato l’amore della mia vita, ma l’amore della mia vita avrebbe dovuto essere l’uomo che avevo sposato, peccato che fossi troppo a pezzi. Ero a pezzi a causa di S.

Quando finì la storia fra me e S mi sentivo svuotata e respiravo a mala pena, tanto che perdere mio marito (un’esperienza devastante, per inciso) per me fu una passeggiata di salute in confronto a perdere S. Perché? Perché c’era una grande parte di me che era già morta dentro.

Così, in un momento d’epifania — alle 8 di un sabato mattina qui a Parigi, a pochi minuti di distanza da mio marito, dal quale mi ritroverò inevitabilmente a divorziare — inviai un’email a S. Gli dissi che era l’amore della mia vita, ma che non avrei mai più potuto farlo entrare nella mia vita, nemmeno come conoscente.

Avevo bisogno di chiudere i conti in sospeso. Non è che gli attribuissi alcuna colpa. Non m’addentrai in alcuna lunga e lacrimosa filippica sull’amore e la perdita, e su come ciò cambi le persone. Fu solo per asserire un dato di fatto: Per me è finita. Il presente è presente, il passato è passato. Mo’ ciao.

A quel punto feci ciò che avrei già dovuto fare anni fa, e impostai un filtro alla mia casella di posta per cancellare automaticamente le sue email. Dopodiché mi sentii meglio. Sollevata. Era lo stesso genere di sollevo che avevo provato quando per la prima volta dissi a mio marito che lo amavo.

Lo so che non posso cancellare ciò che S ha significato per me, così come non posso cancellare ciò che mio marito ha significato per me, e mi sta bene. Ma almeno nel riconoscere quanto diversamente io abbia amato dopo S, avverto un campanello d’allarme che m’incita a provarci di più, e ad esser meglio di così la prossima volta che avrò l’opportunità d’amare.

Non smetterò mai d’amare alcuno di questi uomini, né il mio primo amore a dirla tutta, perché io non credo che l’amore semplicemente scompaia. Ma nel comprender che, come disse Palahniuk, “io rappresento i risultato dello sforzo congiunto di tutti coloro che io abbia mai conosciuto”, posso impegnarmi di più ad amare in modo più completo.

E auspicabilmente, la prossima volta non ho avrò paura di mettere tutte le carte sul tavolo.

http://m.huffpost.com/it/entry/10061728

Tu

Ciao, ti scrivo ora perché non sono sicura che ti conoscerò mai. Ti ho immaginato tanto e tante volte. Ho immaginato il tuo viso, le tue mani, il tuo corpo piccolo e fragile. Ho pensato a come sarebbe guardarti negli occhi, stringerti forte, odorarti. Ho cercato di figurarmi come sarebbe rispecchiare me stessa in un altro essere che è venuto da me. Chissà come sarebbe vederti imparare a conoscere il mondo e quanto sarebbe difficile aiutarti a farlo. Sentirti prima piangere, poi fare versi e poi parlare. Vederti muovere in maniera scomposta mani e piedi, poi afferrare gli oggetti e poi lasciare la mia mano per camminare. Vorrei tanto insegnare a qualcuno tutto quello che so e vorrei tanto che quel qualcuno mi aiutasse a ricordare ciò che ho dimenticato crescendo. Fra le tante cose che mi fanno male ora, questa è la più segreta e anche la più dolorosa. È un desiderio così difficile da esprimere che mi fa vergognare farli. Ti amerei, ti amerei tanto e so che se non ti conoscerò mi mancherai, da morire.